Canzoni, Poesie, Deliri, Storie e Articoli di Andrea Z.
Recensione di “In Yonder Garden” – Woven Wheat Whispers (2006).
Questo primo lavoro di In Yonder Garden edito da Woven Wheat Whispers e’ certamente una delle piu’ piacevoli sorprese del panorama musicale alternativo del 2006.
Sorprende, prima di tutto, il fatto che l’opera concepita per due terzi da brillanti menti italiane veda la luce in Terra d’Albione.
Si tratta, a quanto pare, di una saggia e coraggiosa scelta del gruppo che ha permesso innanzi tutto una adeguata distribuzione a livello mondiale, obbiettivo che sempre piu’ spesso la becera discografia italiana (esiste ancora? Si puo’ ancora chiamare cosi’?) manca clamorosamente.
il CD e’ di fatto al momento reperibile esclusivamente mediante acquisto e scarico su Internet (http://www.wovenwheatwhispers.co.uk/ ) e se questo puo’ sembrare un limite per chi non sia “tecnologicamente avanzato e allineato”, certamente premiera’ il gruppo con una distribuzione capillare quanto lo e’ la rete, e il pubblico con un costo davvero molto contenuto (cinque sterline !) rispetto ad un acquisto presso i grandi “Empori Musicali” del terzo millennio, i cui scaffali appaiono sempre piu’ aridi di musica realmente “Alternativa”.
Si, perche’ questo e’ un disco che e’ difficile far rientrare tra le righe di una recensione, e tanto meno puo’ essere facilmente collocabile in un catalogo suddiviso per generi musicali.
Tuttavia, se delle influenze devono essere citate, sono certamente da ricercare nell’elettronica sperimentale degli anni ‘70, nel folk psichedelico inglese, e nella world music delle origini, quella antecedente all’infausto avvento della New Age. Tra i riferimenti musicali che i musicisti stessi indicano ci sono i nomi di Banco De Gaia,Third Ear Band ,Stephen Bacchus,Steve Hillage,King Crimson ,Steve Roach, Brian Eno e Gong.
Comunque, come ogni grande opera, In Yonder Garden sfugge alle definizioni critiche. Proprio per questo, di seguito cerchero’ di raccontare le sensazioni soggettive che mi hanno trasmesso i ripetuti ascolti, piuttosto che dare impressioni di gusto personale o cercare troppi forzati parallelismi, similitudini e riferimenti ad altri bei dischi del passato.
Certo e’ che si tratta di un disco di rara ricchezza e finezza che non puo’ lasciare l’ascoltatore indifferente. Se piace, folgora. Se non convince, e’ perche’ non si e’ pronti ad una forte esperienza interiore, che puo’ turbare e destabilizzare, seppur dolcemente.
Il viaggio nel Giardino Interiore comincia con il pezzo “Fragments of the Ritual”, le cui liriche si ispirano alla poesia “To Meddows” di Robert Herrik.
Si tratta di un rituale di risveglio della natura, che con i suoi suoni desta dolcemente la coscienza sopita dell’uomo. E’ un tiepido e tranquillo ritorno alle origini, che carezza l’anima dell’ascoltatore e lo conduce per mano nel perduto giardino interiore.
Tutto ha inizio con vibrazioni primordiali, flauti, battiti ed echi che giungono dal profondo di quel vuoto interiore che tutti dovremmo riuscire a fare in noi, per poterlo riempire solo di cio’ che e’ piacevole ai nostri sensi. Il serpente tantrico della Kundalini e’ risvegliato dal suono evocativo del flauto e del violoncello.
Poi, come sempre fu nelle antiche culture tribali, voci e tamburi creano gradualmente un tessuto armonico/ritmico che e’ in se’ il rituale di liberazione vero e proprio.
Qui la ricerca vocale si spinge nella direzione che fu quella di Demetrio Stratos. Non si tratta delle sue sperimentazioni piu’ ardite ed estreme, ma di quelle piu’ orientate agli studi etnologici delle zone Mongolo-Himalayane. L’impasto vocale del rituale ricorda in particolare qualche passaggio del brano “Return From Workuta” dell’ultimo disco di Demetrio con gli Area, “1978, gli dei se ne vanno …”.
Dopo un attimo di silenzio totale si ha, ad un certo punto, l’illusione di poter collocare l’origine delle note in medio oriente, ma subito ci si trova disorientati e spiazzati da una dolce quanto inaspettata virata verso la cultura celtica.
In verita’ i nostri bardi dipingono ora paesaggi sonori fatti di armonie e melodie senza tempo ne’ terra, collocabili solo nel territorio della piu’ pura e incondizionata sperimentazione, che per definizione non ha confini.
Con il richiamo dei tamburi sciamanici viene voglia di dare vita ad una danza rituale libera e trascendente, lontana anni luce da cio’ che oggi e’ il ballo delle “Tribu’ di Suburbani” che si ammassano nei “moderni baccanali”. E’, questo, un danzare al buio per vedere dentro se’ e liberare il corpo dietro alle fluttuanti oscillazioni della coscienza (non per farsi vedere o per guardare intorno!).
Terminato il rituale d’iniziazione, ora, con l’incedere della terza traccia (“Descend”), l’entronauta e’ pronto al viaggio per eccellenza: quello senza vincoli di spazio e tempo. Elettronica ed acustica si fondono sapientemente nella discesa nella valle della coscienza. Le corde del violoncello conducono il cammino inseguite dalla chitarra, finche’ d’un tratto il ritmo si perde. Senso di disorientamento. Perdita della cognizione di se’ tra gli echi e riverberi della chitarra elettrica. E’ un piacevole perdersi nella propria quiete interiore.
Con la quarta traccia (“Broken Sleep”) il viaggiatore dell’inconscio varca le porte del cosmo e vaga nello spazio buio che e’ il nostro io, quello vero e originale, quando e’ ormai completamente spogliato del nome, del corpo, della storia, dello spazio e del tempo.
Echi di “Cosmische Music” alla Popol Vuh e Tangerne Dream culminano in un piacevole e dolcissimo silenzio che non fa paura.
Nel finale “Blessing”, il piu’ lungo e forse il piu’ evocativo tra i brani, archi, arpa, piano e tastiere elettroniche riaprono a sorpresa il rituale. Qui, l’ascoltatore, l’uomo, ormai conscio del proprio risveglio spirituale osserva il mondo nuovo (o il mondo vecchio con un occhio nuovo?), fino ad ora celato dietro il velo di Maya.
Il cuore riprende battito su un tappeto sonoro che e’ vicino al Battiato di meta’ anni ’70.
E’ ora in corso un duplice viaggio psichedelico. La riscoperta delle meraviglie della natura terrena corrisponde all’esplorazione del cosmo interiore. Si ha uno straniante senso di fusione, ben reso dall’affiancare ancora una volta con grande finezza ed equilibrio la moderna avanguardia elettronica con la tradizionale musica acustica.
Si avverte la quiete di un immenso e splendido cielo che non e’ piu’ cosi’ distante. E’ il trionfo delle voci che si intrecciano e abbracciano in un coro dalle sfumature verdi celesti, come in un amplesso di terra e cielo che e’ portatore di una nuova vita.
E’ la gloriosa fine del rituale. L’unione pacificata dell’uomo con la natura, il trionfo del “Bello” …rappresentato nelle ermetiche parole di Antonello dal simbolico cerchio che prende forma in un immaginario giardino inglese…
“Find Your Way out of the dark
Try to find the Golden Spark
Hold on Tight to Silver Thread
Lest you release the Fear and Dread …
In an English Garden …May the circle be unbroken”.
Possa il cerchio restare intatto. Possa espandersi senza limite. Possa questa musica continuare a prosperare sempre piu’.
Bravi ragazzi, avanti cosi!